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17 Giugno 2006
V
isto che siamo in perio-
do di mondiali e la
nostra nazionale ci ha già
regalato la prima vittoria
colgo l'occasione in questo
articolo per focalizzare l'at-
tenzione sulle dinamiche in
atto sia nel gioco di squadra
quanto nel gruppo di tifosi e
come specie in quest'ultimo
caso vengano amplificati
istinti, emozioni e gli atteg-
giamenti si rafforzano in
base all'istinto di apparte-
nenza.
Si può tranquillamente dire
che l'affermazione “Da solo
Dalle tribune alla vita: la risorsa del gioco di squadra
non fai niente e in gruppo ti
senti forte” è valida per
qualsiasi persona e in qual-
siasi contesto sia con acce-
zione positiva che negativa.
Proviamo, infatti, ad imma-
ginare quanto timida o
comunque timorosa sia una
persona di fronte ad un qual-
siasi evento della vita e
come invece riesca ad
affrontare meglio e con più
determinazione  lo stesso
evento se si trova in gruppo.
Pensiamo ancora ad un
ambiente lavorativo in cui
per affrontare una situazione
precaria o di scontento si
utilizza il gruppo che propo-
ne il cambiamento eleggen-
do al suo interno le persone
che faranno da portavo-
ce; queste persone
avranno la stessa forza
che verrà trasmessa da
tutto il gruppo, forza
che probabilmente non
avrebbero da soli.
Se tutto questo lo
riconduciamo alla
situazione iniziale
ovvero al gioco di
squadra e nello specifi-
co al gruppo di tifosi
capiamo che le dinami-
che che si innescano
sono le stesse: in ogni
contesto “il gioco di squa-
dra” da i risultati migliori
rispetto all'impegno singolo
ed anche la condivisione
degli obiettivi è più sentita,
con desiderio maggiore di
raggiungerne degli altri. Le
emozioni sono più forti ma
chiare e distinte e le aspetta-
tive  di successo più alte; il
confronto e il dialogo danno
la possibilità di arricchimen-
to per il singolo ma soprat-
tutto di apertura mentale,
alla ricerca di un equilibrio
in cui c'è condivisione nel
rispetto dell'altro con il rag-
giungimento della soddisfa-
zione personale. Per fare
tutto ciò e per godere del
benessere che deriva dal
gruppo è necessario posse-
dere una “mentalità di grup-
po” ovvero la capacità del
singolo di pensare per se e
per il gruppo e fare in modo
che quest'ultimo abbia una
mente propria indipendente
dagli individui che ne fanno
parte. Nelle società moderne
difficilmente si riesce ad
arrivare allo stadio ottimale
e soprattutto in quella italia-
na si verifica l'esatto oppo-
sto: è il singolo individuo a
proporsi, a lottare da solo
per raggiungere il successo
ignaro delle potenzialità di
lavorare in gruppo. Oppure
si verifica l'estremo opposto
rappresentato dall'agire
come “massa”: in questo
caso non vi è più distinzione
all'interno  tra i diversi indi-
vidui che  perdono le loro
peculiari caratteristiche ed
arrivano ad uno stadio di
deresponsabilizzazione tale
da far si che la massa possa
commettere atti inconsulti
che il singolo da solo non
avrebbe lontanamente pen-
sato. Nella massa le emozio-
ni diventano eccessive con
un'espansione rapidissima,
arrivando al punto in cui non
si conosce più il motivo per
cui ci si è mossi (ad esempio
alcune tifoserie di ultras o
gli scioperi e le manifesta-
zioni che si trasformano in
guerriglie).
Quindi si nota come è facile
passare da una situazione
ideale  come quella del
gruppo con tutte le opportu-
nità che offre ad una situa-
zione di massa in cui le con-
seguenze peggiori sono ine-
vitabili.
Quando vediamo una partita
noi ci sentiamo parte della
squadra e con il tifo non solo
incitiamo e diamo supporto,
con passaggi rapidi tra stati
di eccitazione e depressione
(a seconda dell'andamento
della gara) ma ci diamo la
possibilità di vivere il grup-
po, con il gruppo e per il
gruppo. Non viene persa la
propria individualità ma
bensì è integrata con quella
dell'altro attraverso il con-
tatto mentale, fisico ed emo-
tivo di parti di se innate che
necessitano di questa condi-
visione. Il singolo riesce
così attraverso il gruppo a
soddisfare i bisogni interni
di socialità e di sfogare
attraverso i comportamenti e
la gestualità parti aggressive
e rabbiose in un contesto
adatto. E con l'augurio che
l'Italia possa vincere il mon-
diale invito tutti a saper
sfruttare la risorsa del lavoro
di gruppo e del gioco di
squadra in ogni settore della
vita.
Beatrice Armocida - Psicologa
Per contatti personali:
beatrice_armocida@virgilio.it
349.7312665
M
i permetto fare alcune
considerazioni su
quanto sta avvenendo nel
nostro paese. C'è stato un
periodo in cui non era possi-
bile sfogliare un giornale, o
ascoltare un telegiornale,
senza sentir parlare di
nuovo, di “novissimo” o di
novità. Addirittura, sull'onda
di Tangentopoli, il Corriere
della Sera ha parlato di una
“nuova rivoluzione italia-
na”, anzi, qualcuno ha riesu-
mato pure la figura di casa-
nova, emblematica per carat-
terizzare il trapasso dal vec-
chio al nuovo “stile”, quan-
do per l'appunto il vecchio
tarda a morire ed il nuovo
stenta a crescere. Oggi quel-
le stesse persone che lo
hanno inventato ed incorag-
giato, sostengono che il
nuovo stenta a decollare,
anzi langue. Ricordo che su
“Repubblica” di qualche
anno fa è stato scritto “il
nuovo langue, è in crisi d'o-
rientamento e su di esso
s'abbattono i primi colpi
della contoffensiva del vec-
chio sistema”. In fondo,
pero, questo “nuovo” cos'è:
il prodotto di un cambio
generazionale, d'epoca,
come sul dirsi? Il parlato di
Il “Novism
o”
di Salvatore Vetrò
un conflitto “sistematico”?
Anzi, per alcuni esiste un
“nuovo” peggiore o un
“nuovo” migliore, col risul-
tato che non si capisce chi
mai debba stabilire i criteri
oggettivi per distinguere il
“nuovo” dal “vecchio”, o
meglio, appunto, il “nuovo”
migliore dal “nuovo” peg-
giore. Forse, il tanto concla-
mato nuovo è qualcosa
“senza qualità”, ossia quasi
senza una facile identifica-
zione. Ame sembra, che, pur
introducendosi elementi di
superamento del vecchio
modo di governare, si
potrebbe affermare un
“Nuovo sistema” che soddi-
sfa ancora, e stabilmente, gli
interessi del vecchio, ed elu-
dere, così, la speranza di
coloro che vorrebbero rivol-
gimenti sostanziali. Si ha
l'impressione che si ritiene
“nuovo” l'alleanza tra grandi
imprenditori, politici, ammi-
nistratori e ceti professiona-
li. Numerosi sono gli esempi
del “nuovo” come indistinto,
proprio perché è ben diffici-
le caratterizzare gli aspetti o
le qualità. Questo tanto con-
clamato “nuovo” non è altro
che un mero “indistinto”,
anzi, per il modo come stan-
no andando le cose, il “nuo-
vismo” non sembra essere
altro che una mera ricetta
giornalistica, talora addirit-
tura elusiva di una autentica
analisi della situazione poli-
tico - sociale - economica. In
Italia, consociativismo dei
partiti, latitanza dei ceti eco-
nomici, lottizzazione dei
posti rappresentativi, coopta-
zione all'interno della pub-
blica amministrazione,
hanno reso estremamente
difficile il confronto politico
su idee e programmi, e, quin-
di, la conseguente relazione
attraverso cui avviene la
cosiddetta “circolazione
delle èlites”. Ritengo che il
nuovo sia sapersi confronta-
re con la verità di oggi, abi-
tuarsi a crescere dentro una
idea di globalità. Ma, a parte
l'aporia consueta del non
spiegarsi mai cosa si voglia
intendere per verità, resta
pur sempre oscuro cosa sia
questo nuovo che “avanza”
per giunta “inserito” in un
non meglio identificata “idea
di globalità”. Nessuno riesce
a parlare di “nuovo” senza
restare in un generico discu-
tere, persino brillante a tratti,
ma mai significante. Anzi, a
tanti sfugge il paradosso per
eccellenza insegnatoci sino-
ra dalla storia, il “nuovo”
viene riconosciuto come tale
solo, dopo, cioè a posteriore,
quando si ripercorrono sto-
riograficamente, ed a giusta
distanza, gli eventi e le
vicende 
avvenute.
Necessario ed impellente e,
quindi, “nuovo” sarebbe un
approfondito dibattito sull'
“idea di nazione”, alla base
del “consenso nazionale”.
Occorre, invece, per non
cadere in forme di “novi-
smo” adatte solo al permane-
re della situazione di sempre,
aprire una discussione seria
e rigorossa sulle proposte di
“federalismo” come base per
ricostruire lo Stato e la fidu-
cia nelle sue sorti, riducendo
al massimo il centralismo
dello Stato moderno, avendo
come riferimento quanto
hanno chiesto ed ottenuto
sinora movimenti regionali-
stici come baschi, catalani,
scozzesi, e quant'altro.
Talvolta, quando mi capita di
ascoltare le sirene del “novi-
smo”, mi viene in mente che
nel Seicento, il secolo del
novismo e del “meraviglio-
so”, ad ogni costo, tra tanto
clamor di novità, allora, nes-
suno si accorge di un umile
tornitore di cristalli ottici, la
cui riflessione politico - teo-
logica era destinata a far
epoca: Barush de Spinosa.
I consigli della Psicologa
Barush de Spinosa
S
A
B
A
T
O
2
4
 
G
I
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N
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R
E
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ORATORIO SALESIANO
di Vibo Valentia
Maggio 1964
La scorsa settimana abbiamo pubblicato una foto di gruppo,
risalente al 1962, dei ragazzi dell’Oratorio Salesiano di
Vibo Valentia. Oggi ne proponiamo una scattata nel maggio
del 1964 e che ci è stata fornita da uno degli ex ragazzi che
si era riconosciuto nella prima pubblicazione. La posa è
stata effettuata durante un momento di pausa della recita
delle preghiere della Novena Mariana.
In piedi da sx: Tonino Russo (dipendente Museo Vibo),
Ciccio De Luca (imprenditore edile), Pino D’Agostino
(direttore amministrativo Ospedale di Roma).
Accovacciati da sx: Franco D’Agostino (salumiere a Vibo),
Totò D’Agostino (funzionario ASLdi Roma), Pino Romano
(architetto - assessore Comune Vibo).
Con la palla: Mimmo Purita (avvocato)
 
 
 
 
 
  
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